Tutta la storia di Israele può essere sintetizzata nell’attesa di un re-pastore. Questa immagine del Messia fa capolino nelle profezie antiche come quella di Ezechiele (Ez.34,23-24): "Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro: io, il Signore, ho parlato". E ancor più in quella di Michea (5,13): "E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. (…) Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio". Il Bimbo di Betlemme che stiamo per accogliere nelle nostre comunità, al termine del cammino dell’avvento, è il segno dell’azione di Dio che si fa piccolo, si abbassa per essere accolto ed amato, ma è anche quella di Colui che si fa incontro a noi per guidarci, per condurci, per salvarci. Il figlio del Padre che si fa figlio degli uomini è il bel pastore (cf Gv 10,1-21). Non a caso nel vangelo di Luca che leggeremo nella messa di mezzanotte egli è colui che i pastori di Betlemme, patria di Davide, accolgono e riconoscono come re e guida, colui che adorano nella notte e di cui evangelizzano i lontani. In questo anno sacerdotale, in cui la figura dei pastori ci viene proposta alla riflessione ed emerge a tutti i livelli come realtà intrisa di debolezza e di fragilità umana, ma anche ricca di dignità e di grandezza morale e spirituale, siamo chiamati a vedere in Gesù il grande sommo sacerdote, il modello per tutti i presbiteri, vecchi e giovani e a pregare per questi ultimi, per il loro ministero così difficile, delicato, ma al tempo stesso insostituibile. L’attesa di Gesù sacerdote ci invita a valorizzare sempre più la figura e il compito sacerdotale e a chiedere al Signore sante vocazioni capaci di superare ogni conformismo sia con il mondo che con un certo clericalismo di comodo, risorgente. Nello stesso tempo l’attesa raddoppia e si colora di una luce ulteriore per la nostra diocesi, in quanto non attendiamo solo il Signore Gesù, il sacerdote e l’agnello senza macchia, ma aspettiamo anche il pastore della nostra chiesa locale, il Vescovo, che prenda a cuore le nostre comunità e le faccia crescere verso sentieri di maturità umana e spirituale, nella comunione tra noi e nella testimonianza del Risorto, vivo e presente per le strade del mondo. Questa attesa, man mano che passano i giorni e quasi come per il tempo di un parto tocca i 9 mesi, si avverte nell’aria, si coglie nelle domande delle persone sia quelle lontane, magari solo curiose, sia quelle vicine, davvero partecipi ed appassionate alla vicenda ecclesiale, a volte gloriosa, a volte povera della nostra piccola diocesi. Nello stesso spirito dei pastori che vegliavano di notte a Betlem, ci scaldiamo al fuoco della preghiera, ci incoraggiamo con parole di speranza e volgiamo lo sguardo alle stelle con le orecchie desiderose di ascoltare presto un annuncio che ci riempia di gioia. Sappiamo che il Buon Pastore troverà ad attendere mali antichi e nuovi, aspettative debite ed indebite, ma egli, poiché è buono, saprà comprendere e ridare fiducia. L’arte pastorale che è di casa nei nostri monti e per le nostre valli gli sarà di ispirazione, per lui come per noi vale la promessa: "Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza" (Ger 3,15). La parola del Dio pastore è per noi una garanzia che è benedizione al di là di ogni augurio di Natale.
Emilio Salvatore
Un festa non "griffata"
Quando ci si ferma per pensare
E gli uomini corrono, carichi di pacchi colorati, corrono le donne a cercare gli abiti più griffati, corrono i bambini a guardare le vetrine per cercare il regalo più astronomico.
E poi la fila per pagare, il traffico che ti intrappola come una ragnatela, e correre, ancora, e fermare la commessa esausta prima che chiuda la saracinesca. Ancora un regalo, ancora un pacco!
E’ Natale! L’unica certezza bella che resta agli uomini.
Nonostante l’incertezza economica, i nefasti presagi raccontati dalla tv che annunciano l’imminente fine del mondo, nonostante l’odio che ostacola possibilità di scambio tra governanti e leader mondiali, torna il Natale.
Il calendario segna la data in rosso, ma non occorre consultare l’almanacco, perché, per fortuna, il cuore vive l’attesa e aspetta la nascita del Bimbo di Betlemme. Lontani o vicini alla Chiesa, tutti aspettiamo questo giorno.
E a Natale torniamo a casa, scriviamo gli auguri, telefoniamo ad un amico che non sentiamo da tempo, prepariamo l’albero e il presepe chiedendo al piccolo o al più anziano della casa di mettere la punta all’abete e deporre il bambinello.
Perché questa è la vera festa, il giorno della famiglia, il giorno in cui riscopriamo che siamo figli dell’amore, quell’Amore che viene da Dio. Regali, luminarie, vischio e leccornie servono certo, ma solo se contribuiscono a valorizzare questa festa, perché poi quando i pacchi saranno scartati e le luci pian piano si spegneranno, resterà il messaggio che hanno voluto significare.
Il frastuono delle strade finisce, le ore della vigilia passano al rintocco del cuore, qualche sopralluogo in cucina per sporcarsi le dita di miele e zucchero, uno sguardo alle fiamme scoppiettanti del camino, qualcuno controlla che tutto sia a posto.
E lì nell’angolo della stanza c’è la capanna coi pastori, una mangiatoia che accoglierà un Figlio.
E’ Natale! Di nuovo! Ancora! Il vero Natale!
Marianna Pece