"Costruire dal passato le ragioni del presente"
Fare memoria è un bisogno, un dovere? Serve ancora considerando gesti di giovani come naziskin…
Hai utilizzato due categorie, quella dell’obbligo morale e quella dell’utilità sociale, politica, culturale. Io ne aggiungerei un’altra e cioè che la memoria è un diritto, anzi considero questo il punto principale. La memoria dunque come diritto, secondo me proprio alla stregua degli altri diritti che costituiscono un buon concetto di cittadinanza, e una buona pratica di cittadinanza; così come il diritto all’istruzione, il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto al lavoro, io credo che dobbiamo cominciare ad abituarci ad aggiungere il diritto alla memoria, perché senza memoria ci si priva proprio della possibilità di avere una compiuta cittadinanza e questo riguarda soprattutto il giovane a cui hai fatto riferimento. Noi abbiamo una memoria, quella privata, soggettiva quella dei protagonisti, quella dei testimoni vivi e questi sentono di più il dovere di conservarla e di trasmetterla. Per chi invece è nella condizione oggi di essere lontanissimo per età, per generazione dai fatti quando sono avvenuti, diventa un diritto. Ai ragazzi non bisognerebbe mai rivolgersi con “dovete ricordare”, è come una contraddizione, un’insensatezza. Non si può dire “dovete ricordare” persone che non hanno nulla da ricordare, devono solo poter usufruire del diritto di ricevere memoria e di costruirsi un patrimonio di memoria pur non avendo vissuto gli avvenimenti che noi ricordiamo. Accanto al dovere e l’utilità che sono indiscutibili, metterei al primo posto il diritto. Quando dico diritto alla memoria, intendo dire memoria trasmessa liberamente senza condizionamenti e senza strumentalizzazioni. La memoria deve arrivare integra, intera, non manipolata.
A chi spetta il ruolo di trasmettere la memoria in maniera inviolata?
Costruisco una specie di tavola su due elementi: dovere e diritto. All’inizio è grande dovere, minuscolo diritto, via via i due termini si invertono. C’è una fase intermedia in cui stanno alla pari tra di loro e questa è quella che riguarda i mediatori che sono la scuola, docenti, circoli, associazioni, volontariato, privato sociale che hanno dovere e diritto e sono quelli che trasmettono come l’anello di una catena presso chi ha tutto diritto e pochissimo dovere. Ci sono generazioni di mezzo tra quelle dei testimoni e dei protagonisti e verso quella che non ha nessuna cognizione diretta, propria, soggettiva, dei fatti che è come se tendesse una mano verso gli uni, una mano verso gli altri. Per me una figura chiave è il docente della scuola.
Una cosa successa 64 anni fa ha a che fare con il passato. Ma le cose non stanno così, perché la memoria è presente e futuro.
Il senso comune tende ad assimilare “memoria” a qualche cosa che è passata e questo è ovvio, ma ciò che manca è poi la capacità di capire che non esiste una memoria riferita al passato di tipo sterile, cioè non produttiva, non esiste; nemmeno l’archeologo per dire e nemmeno l’antiquario. La memoria ha a che fare con il presente e con il futuro, è fondamentalmente la traccia, la trama di un progetto di vita, ma non di un progetto di vita passata, ma di un progetto di vita che si va a costruire.
Perché io voglio ricercare le ragioni del presente? Io vivo il presente come qualcosa che ha un inizio e una fine? O vivo il presente avendo continuamente una proiezione su ciò che farò domani e ciò che sarà domani. Certo: c’è chi campa alla giornata, che è costretto a risolvere il problema del vivere, però parliamo di persone che sono messe o si mettono in una condizione di minorità. Uno che vive per sua colpa o per sua sfortuna in una dimensione tutta quanta ritagliata su un presente senza prospettiva non possiede una qualifica di cittadino militante, di cittadino che vive consapevolmente la sua condizione, gli altri sono i cittadini, ripeto o per colpa o per sventura, dei cittadini amorfi, inerti. Il presente non è fine a se stesso, il presente presuppone ciò che è stato e ciò che sarà.
Perché allora questo antisemitismo nascente, perché ritroviamo poi sui muri “10, 100, 1000 Nassirya”?
Queste cose sono cicliche, ricorrenti e le attribuisco all’ignoranza, a quella che è una predicazione di odio, di intolleranza che di volta in volta si applica a determinati soggetti. Contro i rom, che non hanno nulla a che vedere con i fatti di cui stiamo dicendo, ci si scatena…quindi non è solo una corrente di antisemitismo, è una corrente contro il “diverso”, una corrente continua contro “l’altro da me” che viene vissuto nel peggiore dei modi, come qualcuno che mi può solo recare danno, mi può solo usare violenza, mi può sopraffare. Io non la vedo, francamente nei termini di un antisemitismo, diciamo che quello è un luogo calamita. Se io penso alla Shoah, ai milioni di ebrei massacrati non mi faccio ragione di quello che succede a Gaza.
E i mass media che ruolo hanno? Che cosa possono fare questi “luoghi” di scambio, perché è questo che vuole essere il nostro giornale. Cerchiamo di lanciare un messaggio non necessariamente “cristiano”, ma un messaggio di civiltà.
Abbiamo parlato di agenzie formative: oggi la scuola da questo punto di vista arranca, mentre il ruolo prevalente sembra essere stato assunto dai mass media. Questo significa un enorme carico di responsabilità in più. Nessuno che abbia a che fare con giornali, televisione, cinema può a cuor leggero lavarsi le mani rispetto alla destinazione del messaggio. Forse un tempo, quando la scuola valeva novanta e i mass media dieci, perché erano poco diffusi, la gente leggeva poco. Oggi è un ruolo carico di responsabilità direttamente proporzionale alla maggiore capacità di presa e di diffusione: si leggono più facilmente dieci righi su un giornale che ascoltare me per due ore! Chiunque mette penna su carta, su un giornale, ma fosse anche il giornale dell’angolo più remoto d’Italia ha una responsabilità enorme; ogni parola che scrive dovrebbe meditarla mille volte, perché arriva sicuramente a più persone e più efficacemente di qualunque altro veicolo. Naturalmente uno dovrebbe auspicare che poi chi mette nero su bianco lo senta questo enorme carico di responsabilità.
Credo che mass media abbiano una posizione assai delicata e preminente in questo momento, dipende anche molto da loro quello che succede; perché se ad esempio il messaggio è un rigurgito antisemita o un rigurgito anti zingari, anti omosessuali, allora anche la colpa è molto maggiore.
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