Ne ha viste di riforme della scuola nella sua lunga carriera professionale: Alfonsina Natale, dirigente scolastico dell’istituto Manfredi Bosco di Alife, già dalla scorsa estate, prima ancora del varo della riforma Gelmini, prevedeva tempi difficili per i piccoli comuni di montagna. E adesso che quelle previsioni sembrano tutte confermate, non nasconde un velo di amarezza.
Nel mirino ci sono i plessi che contano meno di 50 alunni, che saranno i primi a chiudere.
“Sì, proprio quei presìdi di formazione che per anni sono stati l’unico baluardo culturale delle zone montane, quei fondamentali punti di riferimento che hanno permesso ai cittadini delle zone interne di riscattarsi. Con l’istituzione della scuola media, nel 1962, fu possibile raggiungere l’obiettivo di un generale innalzamento dei livelli culturali nelle aree interne. La vera lotta all’analfabetismo è nata allora”.
Senza contare il ruolo svolto nella conservazione delle identità di un territorio…
“Certamente. Quelle identità ricche di tradizioni, di saperi antichi che la scuola ha valorizzato e reso al passo con i tempi, per vincere la distanza abissale dai grossi centri urbanizzati. Un’apertura a trecentosessanta gradi, una vera e propria mensa del sapere per gli abitanti del territorio montano, ai quali veniva offerta una occasione formativa anche da adulti e persino da anziani”.
Anche la storia della scuola di questi ultimi anni si è arricchita di nuove occasioni di educazione e formazione…
“Basta pensare agli interventi operati nel serale, ai Pon rivolti agli adulti, agli immigrati, ai corsi di inglese, di informatica e di lingua italiana. Obiettivi raggiunti anche in quegli istituti che oggi vengono considerati sottodimensionati. Eppure i risultati sono stati prodotti in termini di formazione, di cultura, di miglioramento delle condizioni di vita del territorio, perché elevare i livelli culturali vuol dire garantire a tutti l’accesso alle diverse forme del sapere”.
Se dovesse riscrivere lei la riforma, da dove comincerebbe?
“Mi preoccuperei prima di tutto di dotare le zone di montagna di una rete propedeutica di servizi. Dobbiamo chiudere le piccole scuole per contenere i costi? Va bene. Ma allora, invece di tagliare alla cieca, consorziamo i servizi comunali, miglioriamo la viabilità, potenziamo il sistema dei trasporti pubblici e utilizziamo mezzi sicuri ed efficienti, individuiamo il personale che accompagnerà i ragazzi negli spostamenti da un comune all’altro, garantiamo a tutti i comuni la linea veloce adsl. Insomma, bisognava prima assicurare una piattaforma di efficienza in grado di attutire e mitigare i pesanti effetti di questo smantellamento”. E invece adesso cosa succederà? “Adesso io immagino una vera e propria emergenza per le zone di montagna, che andranno incontro ad un aumento esponenziale del rischio di dispersione scolastica, determinato soprattutto dalla povertà della economia locale. Per una famiglia socialmente svantaggiata e in difficoltà economiche un conto è avere una scuola a portata di mano, un conto è dover affrontare una serie infinita di complicazioni organizzative. A questo punto, allora, i comuni dovrebbero farsi carico di una vasta gamma di servizi che andrebbero a gravare sui bilanci comunali. Siamo al punto di partenza”.
Come vede il prossimo futuro?
“Mi sembra di tornare ai tempi del volontariato cattolico, quando la formazione dei giovani era rimessa alla disponibilità e all’entusiasmo del ricominciare. Ma era il dopoguerra. Oggi, al contrario, avremmo dovuto capire che le direttive europee chiedono una modernizzazione ragionata, non interventi estemporanei. L’Unione europea ci aveva detto di valorizzare le zone interne, trasformarle effettivamente in risorse. Invece stiamo togliendo di mezzo le piccole scuole, ma al territorio non stiamo offrendo altre alternative di sviluppo, non stiamo dando nulla di nuovo in cambio, e non mi riferisco soltanto alla scuola. Così una popolazione desiderosa di imparare e di migliorare resta senza una azione formativa forte, capillare. Non è così che si investe sull’uomo e sulle sue capacità, non è così che si ottiene il coinvolgimento delle risorse di un territorio per creare reti virtuose in grado di produrre, nel tempo, servizi efficienti ed efficaci. Così dimentichiamo che è la scuola l’anima viva delle menti e delle coscienze”.
g.dand