Se il nostro potesse essere rappresentabile in una fotografia, un quadro o una scultura, bisognerebbe scegliere un immagine-tipo, un soggetto, un corpo o un oggetto che lo rappresenti. Che si tratti di una fedele riproduzione o di un artistico ritocco, non spetta a noi deciderlo, ma al genio dell’artista che metterebbe mano alla sua opera…
Proviamo ad immaginare una cornice o una base in cui l’artista collocherebbe l’Italia (e un pizzico di Mondo) di questi giorni: le banche, la scuola, il Premier, i morti sul lavoro, i disoccupati, il Papa, gli immigrati, la camorra, il delitto di Cogne, i nostri soldati a Kabul, Castel Volturno, il giallo di Garlasco, le famiglie, i cambi di governo, gli aumenti sulle bollette, i permessi di soggiorno a punti, gli stipendi più bassi d’Europa, il Presidente della Repubblica…
Tante immagini e scene, ahimè, troppo affollate per esprimere un’idea o un preciso momento storico. Eppure tutte riconducibile a poche parole: sfiducia, paura, emarginazione.
E nel mare delle storie, delle distrazioni, e dei dubbi dei tanti italiani, dei tanti cattolici italiani, Papa Ratzinger, il teologo o il filosofo, così come in molti ormai lo chiamano, viene un pratico e nobile suggerimento: «l’esercizio della carità (…) che costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana». Sembrerebbe noncurante di quanto accade, ma non lo è, e di fronte a quel quadro di cui si è detto, lui esorta a promuovere «in ogni parte del mondo e con ogni mezzo, la pacifica convivenza fra etnie, culture e religioni diverse». Mercoledì 8 ottobre, il Santo Padre ha pronunciato il messaggio per la 95ª giornata mondiale del migrante che verrà celebrata domenica 18 gennaio 2009. Impauriti dai rumori di questo tempo, si rischia di rimanere incelofanati negli spazi dei mondi interiori in cui ciascuno si è impacchettato nella speranza di proteggersi da qualcuno o qualcosa. L’altro, chiunque esso sia – uno straniero, un collega, un passante, un mendicante, un vicino di casa – rischiano di diventare un pericoloso ostacolo. Che triste opera d’arte ne verrebbe fuori dalle mani di quell’artista… Ma un cristiano non sta a queste condizioni! L’accoglienza, quella vera, non può essere una concessione, come indica Benedetto XVI, ma uno status di vita, una convinzione, l’identità di un uomo e una donna: l’amore fraterno, è quello vissuto, senza distinzioni, nella certezza che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi (Benedetto XVI).
Una famiglia che conta, questo è quello che occorre. Non è la ricetta del giorno, ma la soluzione per la vita… Una famiglia in cui un padre e una madre, un uomo e una donna, rispondono delle responsabilità assunte educando i figli al rispetto, alla solidarietà, al confronto sereno e fiducioso. Si tratta di crescere come uomini prima, e come cristiani anche.
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